Epatite C, quanto costa curare i malati

Pills HCVFonte: Galileonet.it

Prima che i malati di epatite C comincino i “viaggi della speranza” verso i paesi in cui i nuovi farmaci sono più a buon mercato (e già si avvertono i primi segnali), medici, economisti, amministratori e pazienti cercano una strada per garantire a tutti la migliore cura possibile senza far saltare il banco del Sistema Sanitario Nazionale. Impresa non facile, come emerge chiaramente dal del Convegno “E’ possibile un futuro senza epatite?”, lo scorso 3 settembre a Campoverde di Aprilia, lo stabilimento di Abbvie dove si produce uno dei principi attivi delle nuove combinazioni senza interferone.

Già, perché il tempo stringe, i malati chiedono risposte, i soldi non ci sono – comunque, non ci sono per tutti – e qualcuno già prepara i biglietti per l’India, dove il trattamento salvavita costa pochi spiccioli anziché le svariate migliaia di euro in Italia.

Per chi si occupa di epatite C, conferma Nicola Caporaso, dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, questa è una fase felice e terribile nello stesso tempo. Felice perché per la prima volta si ha l’occasione di eliminare, a livello locale, lo spettro dell’epatite C, che in Italia colpisce un numero ancora imprecisato di persone ma che si aggira verosimilmente intorno alle 300 mila unità (sebbene si stimi che oltre un milione di italiani sia positivo al virus, senza saperlo). Terribile perché il costo dei farmaci in grado di spazzare via il virus è elevato, e il Sistema Sanitario Nazionale è costretto a operare una selezione tra i pazienti che ne avrebbero diritto, secondo criteri che devono conciliare la medicina e l’economia, e che alla fine lasciano scontenti un po’ tutti: malati, medici e amministratori.

In realtà, sostiene Francesco Saverio Mennini, direttore del CEIS EEHTA dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’Institute for Leadership and Management in Health della Kingston University di Londra, la lotta all’epatite C dovrebbe essere considerata un investimento sostenibile per la salute (come vi avevamo in parte già raccontato). Lo dimostrerebbe uno studio di simulazione della domanda sanitaria condotto dal gruppo di ricerca di Mennini e pubblicato su  Global & Regional Health Technology Assessment. Il modello messo a punto dal team di Tor Vergata consente di prevedere il peso economico sostenuto dal Ssn per il trattamento e la cura della malattia per i prossimi 10, 20 e 30 anni. E, sostiene il ricercatore, di stimare il risparmio che l’uso dei nuovi farmaci anti-HCV potrebbe generare nel tempo. “Oggi sappiamo che i costi diretti e indiretti generati dall’infezione da HCV in Italia si aggiravano, prima della recente introduzione dei nuovi farmaci, intorno al miliardo di euro ogni anno. 500 milioni se consideriamo solo i costi diretti – farmaci, ricoveri, prestazioni”, spiega Mennini. Il nostro modello, continua lo studioso, mostra però che usando i nuovi antivirali oggi disponibili, in grado di raggiungere un’efficacia del virus pari quasi al 100%, nel medio periodo (2014-2030), è possibile ridurre di oltre 156 mila unità gli eventi HCV correlati, come fibrosi, cirrosi, epatocarcinoma, trapianti e decessi, con una riduzione dei costi sanitari (diretti e indiretti) tra i 13.000 e i 18.000 euro l’anno per paziente. Se i costi dei farmaci, com’è auspicabile e verosimile, si ridurranno nei prossimi anni, si raggiungerebbe il break even nel 2020: in altre parole, il costo del trattamento farmacologico di un paziente sarà pari al costo di gestione di un malato non trattato.

Al di là dei calcoli sul futuro, però, a preoccupare è la situazione attuale. “Il sistema di accesso alle cure non è adeguato” sottolinea Antonio Craxì, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo. I candidati a ricevere il trattamento entro il 2015 (categorie F3 e F4, cioè quelli considerati più a rischio a causa dei danni epatici e dunque messi in cima alla lista) sono circa 50mila. A fine agosto tuttavia, informa Craxì, è stato raggiunto solo il 50 per cento di questi. “Alcuni non sono stati intercettati, altri non si fanno seguire perché non si fidano più del Sistema Sanitario e sono delusi dal sistema di cure. Ma essere così lenti nell’inseguire il bisogno di cure non è positivo”, conclude Craxì. Soprattutto quando si tratterà di includere anche gli altri pazienti meno “urgenti” nella categoria di rimborsabilità.

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Informazioni su Coordinamento Operatori Bassa Soglia Piemonte

Il Coordinamento degli operatori dei servizi a bassa soglia del Piemonte è un coordinamento nato “dal basso” nel 1999 tra operatori sia delle ASL che del privato sociale, in attività presso servizi ed interventi di bassa soglia della Regione Piemonte, quali drop in, unità di strada, dormitori, servizi di pronta accoglienza e assistenza socio-sanitaria. E’ composto da diverse figure professionali (medici, psicologi, infermieri, educatori, assistenti sociali, operatori pari), volontari e consumatori di droghe. Gli scopi del coordinamento sono: migliorare la comunicazione tra servizi; ottimizzare il lavoro di rete a favore di un miglior servizio agli utenti; formazione e autoformazione; studi e ricerche per l’innovazione; comunicazione e coinvolgimento delle pubbliche istituzioni; sensibilizzazione, attivazione e negoziazione per una miglior qualità delle politiche e degli interventi nel campo delle emarginazioni urbane e delle dipendenze. La Regione Piemonte ha una “lunga tradizione” di strutture di facile accessibilità, il Coordinamento, una tra le pochissime esperienze a livello nazionale, ne è la conferma. La scelta di creare un Coordinamento che fosse rappresentativo dei lavoratori che operano nei servizi a bassa soglia e degli utenti, ha permesso di fare un importante lavoro teorico e formativo in un ambito che non aveva ancora sviluppato un pensiero condiviso. La bassa soglia è un area di lavoro relativamente nuova che ha avuto bisogno di intraprendere una ricerca ed una condivisione concettuale sugli ambiti del proprio intervento. Inoltre, l’essere nato dall’esigenza degli operatori di cui è rappresentativo e non dei servizi ha permesso di proporsi come soggetto “politico” e poter prendere parola e posizione su alcuni temi. Il Coordinamento vuole proporsi, anche, come laboratorio di promozione di una nuova cultura dell’agire sociale e degli interventi relativi alle dipendenze.

Pubblicato il 13 settembre 2015, in Notizie con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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